Rebus prima di partire

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Come una tv di second’ordine vi lascio con le repliche. I quattro episodi di DisKoInKiostro raccolti in un comodo post-cofanetto da far invidia alla raccolta de Una Rotonda Sul Mare sono per la prima volta raggiungibili direttamente da qui senza passare da chi ha reso possibile tale insensatezza.


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Da qualche giorno sono ossessionato da un pensiero. Sono nato nello stesso giorno di Amy Winehouse. Dovrà pur voler dire qualcosa, ma cosa? (Sempre sullo stesso argomento ok Tondelli, ok Terzani, ma vuoi mettere Tano Badalamenti, Franco Califano, Mariano Apicella e soprattutto Alessandro Canino. Sì, proprio lui)
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Tanta voglia di scrivere, ma bisogna pur pagarsi in qualche modo il cazzeggio (che sia più semplice farsi pagare direttamente il cazzeggio?). E alla fine se il cazzeggio ormai è un miraggio, non resta che il conto alla rovescia verso le vacanze. Qualche anno fa da un innocente viaggio in Portogallo uscì fuori uno dei concerti della vita col piramidone dei Daft Punk. Non oso pensare cosa possa succedere in dieci giorni di mare da vecchi a Cefalonia. ‘Vecchio (e stanco)’ è la parola in cui più mi riconosco in questo conto alla rovescia. Pensate che questo finesettimana c’era il Giovinazzo Rock Festival con headliner nei tre giorni i Blonde Redhead, Paolo Benvegnù e gli Africa Unite: io sono andato solo nella prima serata causa vecchiaia (e dire che volevo risentire anche gli altri) e persino nella prima serata mi sentivo molto vecchio ad averli visti praticamente una volta all’anno negli ultimi quattro anni (e loro tutto sommato erano meno scazzati delle ultime volte e direi anche godibili e il batterista era vestito alla marinara come Paperino anche se fa sempre paura quando parte la voce di Kazu per il ritornello e lei ha la bocca chiusa e solo dopo dieci secondi si interfaccia). Comunque mi sono convinto di essere molto vecchio (e stanco) quando dopo i Blonde Redhead non ho preso minimalmente in considerazione l’idea di dare una possibilità al per me incomprensibile Radio Slave in un posto da giovini dove ero già stato. Radio Slave è meglio quando fa il vecchio in Quiet Village ho detto quella sera. Invece non è solo questo. È che a un set di Radio Slave avrei preferito un set di DJ Koze e poche storie. (Incrociando le dita per un DJ Koze Live in Myrtos di seguito il pezzo (chez Matias Aguayo) che vincerebbe il Festivalbar Dance se solo esistesse: l’anello mancante tra i cazzoni french house e i cazzoni sudamericani. Con tanto di minuto finale vera presa in giro che se non siete emo, non siete brutal, non siete house, ma siete minimal, fate un po’ di tagliaincolla e anche voi avrete il vostro pezzo dell’estate che non sarà il mio)

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Metto gli ultimi cinque dischi da inkiostro.

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Era il 2004 e i Junior Boys erano i cocchi dell’internet musical-elettronico-gnégné. Quando dopo alcuni singoli si avvicinava la pubblicazione del primo album Last Exit, su internet nei soliti canali uscì il disco. Stupendo, con le canzoni che iniziavano e a un certo punto entravano in loop ipnotici. Era una presa in giro, un fake, come quello dell’affare Rumore. All’epoca ci erano cascati in tanti, compresa una webzine che arrivò a definire Teach Me How To Fight uno strumentale eccellente e austero, nonostante il pezzo fosse cantato. Il fake però era così bello che mi annovero nel gruppo delle persone che hanno continuato ad ascoltarlo tanto quanto la versione corretta.
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Metto altri cinque dischi da inkiostro.

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“Tu non vieni qua a sfottere lo sponsor”, diceva in un fuori onda un Mike Bongiorno incazzato ad un’Antonella Elia colpevole di solidarietà con una concorrente che rifiutava per motivi di coscienza la vittoria di una pelliccia. Non so se siano volate parole così esplicite, ma la principale webzine di musica dance Resident Advisor è scossa da uno scandalo riguardante il pericoloso conflitto d’interesse tra recensioni e sponsorizzazioni. Qualche settimana fa su RA viene pubblicata una pesante stroncatura della nuova compilation mixata di John Digweed (un grosso nome della prog-house su Reinassance) scritta dal managing-editor Jeremy Armitage. Reinassance è uno dei principali inserzionisti su Resident Advisor. Passa qualche settimana ed esce una seconda recensione di Robbie Younan, abbastanza prona, e viene eliminata dal sito la precedente. Qualcuno se ne accorge nei commenti e la testata comunica che con la prima recensione si era esagerato nei toni e a conferma della natura critica della decisione, si ripristina la vecchia recensione come commento alla prima. Peccato che a rovinare il quadretto di una goffa ma onesta linea editoriale, arriva sempre nei commenti il capo-editor Tami Fenwick che svela quanto sia successo: l’ufficio vendite ha ritenuto che la recensione potesse essere dannosa dal punto di vista delle entrate pubblicitarie e i due fondatori del sito Nick Sabine e Paul Clement hanno preso la decisione del cambio di recensione. Nello stesso commento la Fenwick ha comunicato che lei e Armitage hanno rassegnato le dimissioni. A partire da questo annuncio si sono scatenati gli interventi di collaboratori attuali, ex recensori, dell’estensore della nuova e di quello della vecchia recensione. Quello che rimane però, al di là della presunta trasparenza 2.0 su forum che almeno non vengono censurati, è il gusto amaro di assistere alla parodia di quello che qualche anno fa avveniva sulle riviste cartacee. (via Bebo e Teleosteopathy, che ha usato in anticipo il titolo che avrei scelto)
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Il nuovo singolo della Turbo non mi esalta particolarmente, ma ci si complimenta sempre con chi scova un gioco di parole come Rainer Werner Bassfinder che stava lì da anni e ancora non mi era venuto in mente.

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Metto altri cinque dischi da inkiostro.

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Da Inkiostro ci si inventa di tutto pur di postare un pezzo dei Black Devil Disco Club.
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A fine giugno uscirà una compilation chiamata Post-Remixes Vol.1 (qui l’anteprima in streaming completo), ovvero una manciata di classici della dance anni Novanta e non (Eiffel 65, Air, Orb, Daft Punk, Wall Of Voodoo, All Seeing I) dati in pasto a gente come Perturbazione, Carnifull Trio, Julie’s Haircut, Canadians, Tre Allegri Ragazzi Morti, Mojomatics e Numero 6, con vocalist della serata Marco Mancassola. Tanti compitini ordinati ma niente che mi scuota più di tanto. Eccetto per gli Ex-Otago a cui viene in mente di incrociare The Rhythm Of The Night di Corona con Coffee & TV dei Blur, cogliendo il momento di passaggio di una generazione e strappando anche l'occhio lucido. Ora non resta che tagliare le alte frequenze per eliminare la lingua di pezza del cantante ed editare il finale, ché la chiusura a fari spenti nella notte non si può proprio sentire.
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Dolci. Brulicanti. Nano-tecnologiche. Le canzoni dall’alveare di Move D e Benjamin Brunn sono dei piccoli gioielli bionici di spostamento oltre i limiti del genere. Piccole ali house di titanio battono lente e sensuali quasi a cullare, più che a incitare alla danza. Il polline e le gocce d’acqua delle bottinatrici scompongono e ricolorano i raggi dell’alba. Non è ambient, ma si sogna già una veranda e il fresco delle sere d’estate. Non è techno, ma godi dell’iper-modernità di suoni e scrittura per poi scoprire che è solo l’aspetto alieno di uno zoom sulla natura sconosciuta. Entusiasmante come Isolée, ma più complesso e più romantico allo stesso tempo, Songs From The Beehive produce miele e pappa reale, dolcezza ed energia, sfuggendo alle costrizioni del tunz, della riconoscibilità pacchiana e della freddezza rigorosa, con ritmo, carattere e precisione. Non sarà democratico o umano, ma lo si ama per la bellezza e la necessità del meccanismo. In fondo, si tratta pur sempre di api.

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Leggendo i racconti di chi è stato al Primavera quest’anno sembrava di stare al Lollapalooza 1994, con tanto di crescente interesse per l’hip-hop in allegato. Nessuno ci ha però raccontato il simpatico siparietto tra Alan Braxe e DJ Assault. Alan Braxe è francese ed è uno degli esponenti di punta della french house: forse vi ricorderete di lui per la collaborazione con Bangalter dei Daft Punk e Benjamin Diamond negli Stardust per il singolone Music Sounds Better With You o per i numerosi remix degli ultimi anni. DJ Assault è americano ed è un nome storico della ghetto-tech, quell’incrocio di techno ed electro fuse con tecnica hip-hop sulle quali vengono gentilmente adagiati torridi rap su tits, asses, boobs, pussy, bitch, fuck e così via. Per capirci di seguito mostriamo in foto Alan Braxe e DJ Assault.
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Metto cinque dischi da inkiostro.

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A Londra sabato per il super-ponte girano migliaia di italiani. La metà di questi indossa magliette, felpe o canottiere di uno stilista che non conosco, un certo Bruce Springsteen. La coscienza sociale dei londinesi però non si concentra su questi particolari estetici ed è attanagliata dall’entrata in vigore di un provvedimento epocale: dal Primo Giugno 2008 sarà vietato bere alcolici su autobus e metropolitana. Per il primo anno si rischierà l’allontanamento dal mezzo e tra due anni l’infrazione diventerà reato. Il provvedimento ha le sue giustificazioni, ma viene visto come l’ennesima privazione delle libertà personali. In fondo per garantire la sicurezza, si dovrebbe proibire l’ingresso a chi è in stato di ebbrezza, altrimenti è soltanto una questione di apparenza. Io più che altro non avrei pensato a salire in metro con una birra, ma questi sono altri discorsi. Un po’ per protesta, un po’ per salutare la fine del libero alcool in libera stazione, è stata organizzata The Last Booze Tube Party, ovvero una festa alcolica di massa sulla Circle Line. Sul presto abbiamo fatto appena in tempo ad assaporare l’inizio perché poi qualche intoppo ha provocato la chiusura della linea e della Liverpool Station dove si sarebbero poi concentrati tutti. Dopo un sano fish’n’chips ci armiamo di due birre e contribuiamo anche noi simbolicamente solcando il tragitto con la linea Rosa. L’evento ha il sapore del carnevale e molti gruppi scelgono la chiave di lettura del Proibizionismo e degli anni 30 vestendosi con gessati ultra-spallina, abiti da Cabaret e cerchietti con la piuma, bevendo champagne o vino da bicchieri di cristallo. Il modello prevalente è certo quello dei ragazzini+tanta birra, ma c’è chi si presenta vestito per un pigiama party, chi indossa i manifesti che ammoniscono riguardo al provvedimento e chi sceglie un look vampiresco. La nostra inviata a Liverpool Station, che ha scritto qualcosa più giù nei commenti al primo post, ha continuato la festa mentre noi alle undici eravamo già a dormire, assegnando il momento evento perso della serata a Mark Moore degli S-Express allo Unit 7.

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Il secondo giorno di super-ponte si apre con una scelta sofferta. Ai Corsica Studios, circondato da gente a me sconosciuta, suona il produttore mascherato del momento (È un alieno? Un’astronave? È Carl Craig? No, è Redshape). Lo si sacrifica, nella speranza di incrociarlo presto, con la dichiarata missione di toccare dal vivo il fenomeno Dissident. Nata l’anno scorso per mano di Andy Blake, la Dissident si è già creata una solida reputazione con le sue uscite che esplorano quello spazio indefinito tra l’italo e cosmic disco, disco-punk e techno. Vinili a singola traccia, con copertina che si differenzia solo per il nome e il relativo carattere dell’artista e del titolo, tirature iniziali limitate a 100 copie (ora salite a 200) e un approccio alla promozione quasi scostante – non esiste nemmeno il myspace dell’etichetta, per dire. Fatto sta che la Dissident viene adottata come etichetta di culto del sottobosco londinese della rinascita disco, l’equivalente di quello che nei paesi scandinavi gravita intorno alle figure di Lindstrom, Prins Thomas e Todd Terje e che in Francia ruota attorno al collettivo del DIRTY Soundsystem di Pilooski e soci. Persino la DFA si è spostata gradualmente lungo lidi più disco e pare che la notizia sia che lo sbarco sul mercato statunitense di Dissident avverrà proprio tramite i canali della DFA. È notizia di questi giorni poi della prima raccolta dissidente (eccezionalmente su cd ed eccezionalmente in 1000 copie). Insomma, prima che la bolla esploda (cfr. il portato commerciale di cui sono capaci Hercules o il Pilooski Edit di Beggin’) o prima che l’hype si sgonfi noi siamo andati a una serata Dissident/Discobox/Futurismo. In un pub di Hackney.

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Vorrei tanto cominciare il racconto del super-ponte a Londra, incerto fino all’ultimo, facendovi come al solito scuotere la testa. Mi sarebbe piaciuto tantissimo il concerto di quel piccolo gruppo pupazzoso dei Boy Least Likely To al posto dei Silver Jews, ma i BLLT sono stati annullati. Anche per questo mese non avrò ricadute twee. Avrei desiderato provare l’ebbrezza del secret show dei Mistery Jets con relativa interminabile fila e una ventina di minuti di durata al posto dei Silver Jews, ma non avendo contatti presso l’azienda produttrice di sidro che organizzava la cosa, lo show è rimasto – come dire – secret. A questo punto la scelta del concerto dei Silver Jews all’ULU sembrava inevitabile, ma continuavo a essere vagamente restio: un bagarino vendeva biglietti davanti alla fila e io “ecco, tutto esaurito, andiamo a valutare l’opera di irrigidimento del Millenium Bridge in condizione di pioggia leggera”. Io, per un po’ di tempo li ho anche sentiti e apprezzati, i Silver Jews, ma non so spiegare tanta ritrosia. Comunque i biglietti c’erano e siamo entrati così presto che sulla lista degli artisti a quell’ora c’era scritto ‘Doors’ e dal palco non si sentiva certo Light My Fire.







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Sopravvivere ad un albergo annesso a un ristorante indiano non è stato facile, ma da domani su queste pagine leggerete di mostri sacri indie dalla polverosa eleganza, di terrificanti gruppi per ragazzini, delle sfavillanti notti della nuova disco-music nei pub scassati della periferia est, della più grande festa di protesta della nostra generazione e di un inconsueto risveglio alla domenica mattina. E come l'anno scorso (+ antefatto indie), sul Tamigi col pattino. Boris Johnson sei già la nostra piccola Moratti (te piacerebbe essere la Thatcher, eh).
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La cosa vantaggiosa di lavorare per un’azienda di Turìn è che, pagando il prezzo di un italiano incomprensibile fatto di “hai voglia di, fai che fare, di oggi, fai più che, com’è, diofà”, anche un’improvvisa trasferta fino all’ultimo minuto priva di appuntamenti garantisce le sue soddisfazioni. Non me ne vogliano i Disco Drive in chiusura di tour all’Hiroshima e Giovanni Lindo Ferretti con le sue giumente in quel di Settimo Torinese, ma il clou della prima serata era altrove. Xplosiva e QOOB riunite per EVA, una due giorni dedicata all’ElectroVideoAmbiente, hanno presentato una serie di showcase elettronici gratuiti in orari inconsueti, il clou personale dei quali è stato quello della Dial in apertura (21-23) all’Auditorium della Fondazione Sandretto con Pantha Du Prince e Lawrence. Se ci fosse stato anche Efdemin, non avrei risposto di me. Memore della facilità con cui l’Auditorium si era riempito per Murcof, mi sono presentato con un buon anticipo salvo scoprire che:



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Più volte le uscite energetiche del sardo (e lo dico da figlio di sardo e di figlia di sardo™) Paolo Alberto Lodde (aka Dusty Kid) mi hanno piacevolmente impressionato, ma colpevolmente non ne ho mai parlato. A colmare tale mancanza, arriva il suo remix ‘pauroso’ per Moby. Premetto l’insana passione per il nuovo singolo di Moby, ma ciò non conta. Dusty Kid ne tira fuori qualcosa di completamente diverso e le menzogne del pezzo assumono una luce sinistra. Il parlato introduttivo, gli archi originali ultraeffettati e i toni metallici inducono una forma immediata di terrore, plateale, riprodotta anche nel finale. L’intreccio quasi minimal invece tesse una suspense ossessiva fatta della somma di un quotidiano opprimente. COME PUOI MENTIRMI? Un solo elemento lega le due diverse concezioni di paura ed è un pulsare dubstep di basso sempre uguale a se stesso, prodotto per riduzione dell’immediatezza, per diluizione dell’ossessione. Il risultato su pista spacca centomila volte di più di quanto possa un sobrio ascolto in poltrona. E mette i brividi.

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Ancora non si è spento il clamore per la notizia che Bari ospiterà la prima data del tour di riformazione dei Bluvertigo, quand’ecco che arriva un altro evento impedibile a segnare il prossimo weekend. All’interno delle serate legate al Fuori Biennale dei Giovani Artisti del Mediterraneo che inizierà la settimana prossima (e in corrispondenza della quale ho pensato bene di spostarmi il più lontano possibile in quel di Torino), questo finesettimana all’Arci 37 di Giovinazzo si terrà B_EAT: due giorni di concerti e dj-set con Redrum Alone, My Awesome Mixtape (non me ne vogliano, ma diciamo che il mio gusto è un po’ distante dalla loro visione musicale) e soprattuto l’attesissimo dj set di Enzo Polaroid (il primo al sud?) insieme alla gloria del luogo Tiger Town. Pare che stiano montando appositamente un banco per vedercivisi sabato sera. A suggello di questo imperdibile evento, volevo allegare un pezzo sufficientemente indiepoppe, ma data la penuria di ascolti in quel campo ripiego su una cosina con la cassa e un minimo di buoni sentimenti. Ci si vede lì (io sono quello vestito da discotecaro, penso che comprerò una maglietta DATCH per l'occasione). Giovinazzo is già burning.

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L’arrivo, il salvaschermo e il ballo davanti alle poltrone
